Sfruttamento del territorio e Grandi Opere (Rivoli, 22 settembre 2013)

[Dal 20 al 22 settembre, a Rivoli, il Laboratorio di Calvino ha organizzato Yourban, un festival dedicato alla sostenibilità ambientale. Nel pomeriggio dell’ultimo giorno si è tenuto un dibattito sulle grandi opere e, in particolare, sulla linea ad alta velocità fra Torino e Lione. All’incontro hanno partecipato tre ospiti: Egidio Dansero, docente di geografia economica presso l’Università di Torino e autore con Luigi Bobbio di La TAV e la Valle di Susa. Geografie in competizione; Fabio Balocco, ecologista e giornalista per Il Fatto Quotidiano; Michele Roccato, docente di Psicologia sociale presso l’Università di Torino e autore con Terri Mannarini di Non nel mio giardino. Prendere sul serio i movimenti Nimby. L’intento è stato quello di connettere sensibilità diverse e conoscenze eterogenee nella speranza di articolare un sapere critico sulla TAV, sulle politiche portate avanti dalle istituzioni e sulle dinamiche conflittuali fra lo sviluppo economico e le ragioni del territorio. L’impostazione della discussione è stata il più possibile orizzontale e dialogica: gli ospiti hanno risposto alle sollecitazioni del pubblico e dei moderatori senza presentare una relazione. Lasciamo un resoconto incompleto della discussione per condividere alcune riflessioni della giornata anche con chi non è stato presente. Nel testo che segue si è evidenziata l’identità dei tre ospiti, mentre si è lasciato in corsivo il coro di voci che hanno posto i dubbi, le domande e alcune riflessioni.]

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Abbiamo una mappa cartografica fra le mani: una riproduzione in scala del Piemonte e della Valle d’Aosta. Appare la rete viaria (è una cartina stradale), sono segnati i confini con i territori della Liguria, della Lombardia e della Francia. Questa immagine di solito è utilizzata dai proponenti della linea ferroviaria ad Alta Velocità: la difesa del progetto – nei diversi contesti comunicativi – è spesso accompagnata dalla rappresentazione cartografica. Pensiamo alla proiezione del progetto: il suo tracciato compare spesso disegnato sul piano. La cartografia è la forma di rappresentazione dominante fra i proponenti. Perché?

[Egidio Dansero] Innanzitutto è necessario ricordare che la cartografia è solo un modo di rappresentare lo spazio: il più semplice ed efficace, ma non del tutto oggettivo. Ogni carta vuole presentarsi come vera e attendibile, in realtà è un modello selettivo di rappresentazione e ha sempre un valore performativo. Di conseguenza le mappe sono da sempre uno strumento di potere, basti pensare ai rapporti fra cartografia e arte militare. Il mondo non è bidimensionale e piatto come sembra e anche i nomi segnati nella mappa colgono solo una parte della realtà complessa. Per esempio anche in Val di Susa ci sono nomi dati ai luoghi dagli abitanti, nomi che le carte non tengono in considerazione. A Giaglione di Susa c’è una figura nella roccia che ricorda le fattezze di un arabo. La chiamano la Montagna Maometto. Iscrizioni nel territorio come queste testimoniano di un rapporto con i luoghi (affettivo, culturale) che le carte non possono trattenere.

[Fabio Balocco] Per questo ritengo che la linea sia devastante. È stata disegnata sulla carta, senza tenere presenti le entità territoriali. Progettarono un tracciato d’interconnessione a Caprie, dove ho comprato casa. Il tracciato tagliava in due un convento di suore. Come è possibile non essersene resi conto? Poi quel progetto di interconnessione è stato abbandonato, ma è stata la dimostrazione di come le grandi opere come questa non prestino alcuna attenzione ai territori e alle esigenze degli abitanti. Spesso penso che la sola, vera, utilità sia quella di far muovere i capitali. Da questo punto di vista i libri scritti da Ivan Cicconi e da Fernando Imposimato – rispettivamente: “Il libro nero dell’alta velocità” e “Corruzione ad alta velocità” – sono un’ottima lettura.

In un certo senso sembra che la mappa non si limiti a descrivere il territorio. Quando vediamo – sui giornali o in televisione – un’immagine del tracciato vediamo una proiezione, un’idea di futuro. La mappa quindi può essere un dispositivo per agire sul mondo, per costringere la realtà ad adattarsi alla sua rappresentazione. Il corridoio 5 – il famoso collegamento ferroviario fra Lisbona e Kiev – può essere letto in questo senso: una linea sulla mappa cui i territori reali devono adeguarsi?

[Egidio Dansero] Nel linguaggio dei proponenti si è utilizzato il termine “corridoio” come se avesse un significato evidente: un collegamento fra snodi metropolitani, di per sé inutile se non come area di transito. Come il corridoio nelle case: un collegamento fra le stanze. È stato un autogol, poiché è semplice per le comunità territoriali rivendicare la propria esistenza: chi abita la Val di Susa non percepisce certo il proprio ambiente come un semplice luogo di passaggio. Inoltre l’espressione è scorretta: l’idea del corridoio nasce da una conferenza paneuropea e si riferisce agli assi che collegano l’Europa Occidentale a quella Orientale. Nello specifico il “corridoio 5” era il collegamento fra Trieste e l’Europa dell’Est. Estenderne il significato è stata un’invenzione priva di fondamento da parte del Ministero dei Trasporti. Non ci si è nemmeno resi conti dell’errore strategico – le parole sono importanti – e questa superficialità dimostra l’arroganza Non ci si è nemmeno resi conti dell’errore strategico – le parole sono importanti – e questa superficialità dimostra l’arroganza del potere che per lungo tempo (e in parte forse minore ancor oggi) è risultata predominante tra i promotori dell’Alta Velocità.

[Michele Roccato] A proposito dell’arroganza vorrei porre l’attenzione sulla gestione del processo politico da parte dei proponenti. Ammettiamo, per amor di discussione, che la Grande Opera debba essere costruita. Come altri esempi – penso a un deposito di scorie radioattive – ha dei costi localizzati e una ricaduta vantaggiosa collettiva. La politica deve riflettere sulla gestione di passaggi delicati di questo tenore: limitarsi a censurare l’eventuale egoismo delle comunità interessate dagli effetti collaterali è riduttivo. Fino agli anni Settanta la decisione era calata dall’alto e la strategia seguiva tre passaggi sequenziali: decidi, annuncia, difendi. Un modello verticale, o muscolare, che prevedeva come inevitabile la difesa della decisione. Ma ormai – nel contesto complesso delle società occidentali odierne – questo modello non funziona più. Risolvere la questione dall’alto, con una buona dose di paternalismo, non è né giusto né efficace e: per questo le nazioni più avanzate della nostra hanno da anni sperimentato la concertazione e il dialogo con le popolazioni locali. Capite che in gioco vi è l’idea di democrazia su cui scommettere: chi ha il diritto e il dovere di decidere? Proponenti e oppositori hanno in mente concezioni diverse di democrazia. Da un lato la concezione classica di democrazia rappresentativa, dall’altra una nuova concezione di democrazia diretta, in cui si ritiene che chiunque si senta titolato a farlo partecipi ai processi decisionali. Si può non essere d’accordo con questa concezione, ovviamente; ma la si deve prendere sul serio. Invece qui si è preferito seguire la linea dura. E di conseguenza è normale che le popolazioni locali protestino – a torto o a ragione. E dalle proteste consegue l’uso della forza, la stigmatizzazione dei media…

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A proposito di comunicazione e rappresentazione. Il discorso dei media conosce il movimento di opposizione? Ne ha una cognizione adeguata?

[Fabio Balocco] Io scrivo per Il Fatto Quotidiano: uno dei pochi giornali – forse il solo, insieme a Il Manifesto – a dare spazio alle ragioni del movimento e degli ambientalisti. Spesso l’informazione è legata agli interessi economici dei proponenti o alle dinamiche politiche connesse al progetto dell’Alta Velocità. La Repubblica e La Stampa sono un esempio. Il giornale di Torino – e mi collego con il discorso fatto in precedenza – non dimentica mai di mostrare il percorso, così da rendere chiaro a tutti che la linea sarà portata a termine. Allo stesso modo il telegiornale regionale dà spazio solo alle voci favorevoli all’opera.

[Michele Roccato] Nei media ormai al centro della discussione c’è solo l’ordine pubblico, solo e sempre l’ordine pubblico. Mi chiedo cosa sarebbe successo se si fosse iniziato da subito a seguire il modello concertativo. L’esperienza ci insegna che ci sarebbero state elevate probabilità di arrivare a una sintesi, invece che all’attuale muro contro muro.

[Egidio Dansero] Va riconosciuto però che l’Osservatorio nato nel 2006 è stata un’esperienza positiva. Per la prima volta ci si è impegnati a studiare il territorio, a prestare attenzione alle ragioni delle popolazioni.

[Michele Roccato] Esperienza che fatico a considerare positiva, per due ragioni. La prima è che siamo di fronte a un tavolo di negoziazione il cui responsabile è esplicitamente a favore di una delle due parti in conflitto, e che ha come obiettivo arrivare a costruire l’opera. I tavoli di concertazione che muovono da modelli giusti ed efficaci sono ben altra cosa: prendono sul serio tutte le opzioni, compresa l’“opzione zero” (non costruire l’opera) e non partono da decisioni pre-costituite… altrimenti più che tavoli di concertazione sono strumenti di manipolazione. La seconda ragione è che, anche se fossimo in presenza di un’iniziativa del genere, sarebbe un’iniziativa tardiva. Dopo 20 anni di fallimenti dell’opzione muscolare, di conflitti e di mancati confronti, può legittimamente accadere che gli spazi per una genuina concertazione siano definitivamente chiusi.

In merito alla comunicazione mediatica, io ho partecipato a uno studio su come i cosiddetti “movimenti NIMBY” sono stati presentati dai tre principali quotidiani italiani fra il 1992 e il 2008. Abbiamo analizzato tutti gli articoli con il termine “NIMBY” nel testo o nel titolo. Solo un terzo degli articoli sono favorevoli ad un modello fondato sulla concertazione. Tuttavia anch’essi si soffermano sempre su che cosa sia meglio scegliere, su quale sia la soluzione corretta. Il perché è dimenticato da tutti gli interventi: sono scomparse le argomentazioni definite a sostenere le ragioni profonde per cui una scelta è migliore di un’altra. In questo modo si dà all’opinione pubblica la soluzione di un problema, senza spiegarne le ragioni, il che finisce plausibilmente per polarizzare le posizioni contrapposte senza fornire gli strumenti per argomentarle, anche ai propri stessi occhi, e magari per cambiarle. In questo credo che i mass media tradiscano la loro funzione. per inciso, in un’altra indagine abbiamo chiesto a un campione di italiani come devono essere gestiti i conflitti ambientali come quello della Val di Susa. La maggioranza ha risposto che tutto va concertato. Non mi pare che la classe dirigente di questo Paese la pensi allo stesso modo.

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Un termine che è tornato spesso in questa discussione è “territorio”. Nel lessico geografico – ma si sta semplificando – il territorio è la proiezione del politico su un dato spazio fisico. Per politico possiamo intendere la sovranità dello Stato, ma anche le forme di potere locali, gli interessi di gruppi economici specifici, di determinati ordini sociali o gruppi di interesse. In questo senso il territorio è il luogo del confronto fra visioni diverse, fra diversi modi di intendere la politica e la gestione – economica, culturale – degli spazi. Costruire una concertazione significa mediare fra due o più idee diverse di territorio?

[Egidio Dansero] Innanzitutto va ricordato che il territorio – come incontro di volontà e prospettive differenti – è sempre conflittuale.

[Michele Roccato] Certo. In questo senso la concertazione non porta necessariamente alla risoluzione del conflitto. Al contrario essa fa emergere il conflitto – senza però ridurlo alla semplice lotta fra posizioni massimaliste – ed ha la responsabilità di accogliere la dialettica politica, muoversi fra le fratture senza avere mai la presunzione di giungere all’unanimità assoluta. Aiuta a combattere la deriva tecnocratica della nostra società, riportando i conflitti ambientali al tavolo che primariamente compete loro: quello politico.

[Egidio Dansero] Dunque siamo d’accordo: il territorio è luogo conflittuale. Nella vicenda dell’Alta Velocità è assente proprio una dialettica territoriale fra i soggetti coinvolti.

Da una parte è mancato il Governo. In Svizzera, ad esempio, si è deciso di favorire il passaggio dal trasporto autostradale al trasporto su rotaia. Bene, si è imposta una tassa ai TIR. Così da finanziare le infrastrutture ferroviarie e al tempo stesso disincentivare i viaggi in autostrada. Se si vuole davvero l’Alta Velocità il Governo deve presentare un progetto chiaro ai cittadini. Ma in Italia siamo ostaggio delle corporazioni. Dall’altra parte il movimento dovrebbe cercare di ottenere risultati politici ancora più evidenti. Dovrebbe capitalizzare quanto ha seminato negli ultimi anni. Ho un esempio: fino al 2005 le autorità affermavano che la linea ferroviaria storica era satura. L’Osservatorio – grazie alle pressioni dei tecnici delle comunità – ha evidenziato che tale tesi era falsa. Bene, si è costretto il Governo e i proponenti a riconoscere l’errore. Un successo di questo tipo va fatto valere, deve contare nel conflitto politico. Ma per capitalizzare un’occasione come questa è necessario fare i conti con la mediazione politica.

Un conflitto territoriale di alto tenore politico, in questo modo, è venuto meno. Così oggi è il tempo del massimalismo: le contrapposizioni non raggiungono il giusto grado di complessità. E non parlo solo del movimento, ma anche di personalità come quella di Stefano Esposito o della condotta del Ministero degli Interni.

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Bibliografia minima:

L. Bobbio, E. Dansero, La TAV e la Val di Susa. Geografie in competizione, Umberto Allemandi & C., Torino, 2008.

I. Cicconi, Il libro nero dell’alta velocità ovvero il futuro di Tangentopoli diventato Storia, Koinè Nuove Edizioni, Roma, 2011.

F. ImposimatoG. PisauroS. Provvisionato, Corruzione ad alta velocità. Viaggio nel governo invisibile, Koinè Nuove Edizioni, Roma, 1999.

M. RoccatoT. Mannarini, Non nel mio giardino. Prendere sul serio i movimenti Nimby, Il Mulino, Bologna, 2012.

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Le foto sono di Ivan Crivellaro e sono state scattate il 23 marzo e il 16 novembre.

Ritorno a Saluzzo. Il lavoro migrante sul finire della stagione

[La ricerca sulla condizione dei braccianti saluzzesi continua. Dopo l’intervista a Gabriele Curti e l’intervento del sindaco Allemano, il Caledofono tenta di completare il taccuino di impressioni messo insieme a fine luglio. Ora, mentre il freddo cala nel cuneese, si può forse avere una visione più complessa del fenomeno dei braccianti migranti nel Nord.]

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La stagione volge al termine: gli alberi di pesche sono spogli e rimangono i kiwi da raccogliere. Ora, nel primo freddo di ottobre, alcuni braccianti sono già andati via e molti pensano alla smobilitazione imminente. Resta il campo Coldiretti con i container allineati. Rimangono ancora in piedi le capanne con teloni in plastica e rami di legno. In fondo, su uno spiazzo coperto di cemento, noto nuove tende d’un blu molto scuro – su ciascuna c’è scritto “Ministero dell’Interno” a grandi lettere bianche.

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Quando lasciai questa terra, a luglio, un militante del Comitato Antirazzista mi disse che le sistemazioni approntate dalle istituzioni sarebbero state insufficienti: «ai container di Coldiretti possono accedere solo i lavoratori dotati di un contratto. Bene, io so – perché l’anno scorso la storia fu la stessa – che i posti assicurati dall’amministrazione non saranno sufficienti ad ospitare tutti i ragazzi sotto contratto». Quando arrivo a Saluzzo decido di iniziare la ricerca seguendo la scia dei numeri.

«Abbiamo ospitato duecento persone», mi dice Paolo Allemano, sindaco di Saluzzo. Secondo il Comitato, invece, i posti sono centosessanta. «Quella che fornisco non è una cifra campata per aria – ribadisce Allemano – centoventi sono accolti nel campo di Coldiretti, quindici dal Comune, quaranta dalla Caritas, otto sono in casa a Revello, dodici a Costigliole». Intuisco che i capannoni del Ministero vanno considerati insieme ai posti dell’area Coldiretti. «Sono stati montati a metà settembre con l’aiuto della Protezione Civile, come amministrazione ne abbiamo fatto richiesta al governo».

«In pochi vivono nelle tende blu, appena piove entra l’acqua», mi dice al Foro un ragazzo seduto su una panchina. «Io preferisco le capanne, almeno la plastica isola dal terreno». Alcuni panni asciugano nell’aria pungente, panni immobili contro il blu delle tende fra una lettera di “Ministero” e l’altra: qualcuno vi abita. «Giusto ieri sera un ragazzo è corso via per la pioggia, cercando un riparo nel campo di fortuna», mi dice un’attivista del Comitato.

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Ibra vive in Italia da otto anni e parla un ottimo italiano. «Anziché raccontare la nostra vita è meglio venire qui e guardare che cosa accade. Meglio di ogni parola». Ad agosto il Foro ha ospitato almeno seicento migranti, ora sono circa la metà. Ibra ha deciso di restare fino alla fine. Gli chiedo se ha un contratto. «Sì. Qui tutti coloro che lavorano ne hanno uno». Allemano mi conferma che nel saluzzese non esiste il lavoro nero, né il caporalato. «Ogni lavoratore si sposta in bici e si presenta ai coltivatori. E si stipulano regolari contratti». Spesso però gli accordi sono “grigi”: i ragazzi possono svolgere ore straordinarie, pagate senza essere registrate. «Possibile che qualcosa sfugga, il lavoro in agricoltura è estremamente flessibile».

Sul viale che porta al Foro vedo un gruppo di anziani giocare a bocce, le prime capanne distano venti metri. Oltre il campo Coldiretti si apre una distesa di pannelli solari, poi una linea ferroviaria taglia il territorio, l’erba cresce fra le traversine: è la linea Saluzzo-Airasca-Pinerolo dismessa negli anni Ottanta. In fondo, in una fabbrica abbandonata, vivono altri migranti. Chiedo a Ibra se vive nei container. «Non ho trovato posto, vivo insieme agli altri qui nelle capanne». Eppure ha un contratto. «Non è l’unico – mi dice un militante del Comitato – ad agosto erano almeno in cento con un contratto e privi di posto letto.»

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Con il sindaco Allemano parlo in un caffè del centro, la televisione a fianco a noi trasmette i cartoni animati. Gli faccio presente come davvero molti migranti abbiano lavorato senza godere di una sistemazione. «Noi abbiamo cercato di mantenere una simmetria fra domanda e offerta. Ma il mercato del lavoro è molto complesso: può accadere che un lavoratore trova un impiego migliore, e lascia il suo posto a un conoscente. Spesso il nome presente sul contratto non corrisponde all’identità del lavoratore reale. Se la situazione è grigia si aprono numerosi varchi.»

Tuttavia tutte le strutture del comune sono occupate e ancora oggi, nonostante la stagione sia al termine, ci sono ancora molti occupati che vivono accampati. «Posso testimoniare di una persona che ha ottenuto un alloggio a Revello, ma ha preferito rimanere al campo. Alcuni per scelta preferiscono restare nell’accampamento. Da un punto di vista culturale, l’africano tende a preferire un ambiente comunitario, un marocchino o un albanese non si sarebbe comportati in questo modo.»

Sono seduto su una panca, al mio fianco c’è Ibra; con i gomiti poggiati sul tavolo mangio dei taralli offerti dai ragazzi. Lui mi dice: «Fra poco devo andare via, insieme ad altri di noi raggiungo il corteo antirazzista a Torino». Oggi è il 12 ottobre, a cinquanta chilometri da qui Torino è attraversata dalle camionette delle forze dell’ordine: si alza la tensione per la manifestazione della Lega Nord. Nel resto del Paese, intanto, tutta l’attenzione è rivolta a Lampedusa, alle leggi sui “clandestini”.

Mi chiedo quale sia stata la reazione dei saluzzesi in questi mesi. «Ci siamo impegnati affinché gli africani non fossero segregati dal resto della città – sottolinea Allemano – in fondo il Foro è in centro, nel cuore di Saluzzo. Abbiamo voluto evitare una separazione netta e non vogliamo che nulla rimanga nascosto. Lo sgombero di fine giugno fu un deterrente: volevamo evitare che troppi migranti venissero fin qui, senza alcuna prospettiva di lavoro. A partire da luglio abbiamo preso atto della situazione». Al mercato del centro la vita scorre normale. (Ma che cos’è la normalità? In fondo è la seconda volta in vita mia che cammino lungo queste strade). Mi fermo al banchetto del Movimento 5 Stelle, chiacchiero con un militante molto disponibile. Vuole parlarmi di Napolitano, io gli domando dei migranti. «È una situazione complicata, davvero complicata. No, non abbiamo ancora una posizione».

Mi chiedo se ha senso fondare una ricerca sui numeri. Una militante del Comitato mi dice che quest’anno non sono riusciti a raccogliere i dati relativi ai lavoratori. Avere informazioni dettagliate potrebbe migliorare la situazione, rendere la dialettica politica più efficace? Quanto costa un chilo di pesche a un produttore? A quanto le vende? Quanti chili di frutta sono prodotti? E quanti contratti, quanti posti letto?

«E ora dove andrai, Ibra?»

«Questa è una bella domanda».

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Testo e foto di francesco migliaccio

Sul Parco Colletta, Torino

Al Parco Colletta gli avvenimenti emergono dalle relazioni fra gli esseri viventi e la materia inanimata, dagli incontri occasionali e dai movimenti intenzionali, dalle azioni o dalle passioni, dagli scambi e dalle privazioni; e si riflettono nelle possibili percezioni, o coscienze, o sentimenti. Gli avvenimenti possono essere connessi da strade e tracciati, da cause, da effetti, da leggi fisiche, oppure possono essere ordinati uno dopo l’altro, nel tempo. Questo diario ha scelto di trattenere lo scorrere dei giorni della settimana, ma il lettore può anche decidere di scomporre la sequenza e far iniziare il ciclo del tempo al giovedì, o al sabato. Così come può camminare fuori dai sentieri che attraversano i prati – comportamento che si è sperimentato più volte, nella realtà. Può anche aggiungere tutto quello che desidera – frutto della fantasia, di esperienze passate, di esperienze che verranno – per ovviare alla soppressione degli altri avvenimenti arbitrariamente tenuti fuori durante la stesura definitiva (avvenuta al chiuso, a giochi fatti). L’importante è che alla fine riposi fra le righe una ipotesi di interpretazione, una certa idea di mondo, o di città.

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Lunedì.

Ho visto da lontano un cestino della spazzatura e una panchina. Erano sotto l’ombra di un albero di cui non conosco il nome e le fronde lasciavano trapelare gli sprazzi di luce che raggiungevano l’erba del prato. Sono salito sul marciapiede, ho abbandonato la via dove corrono le auto e sono entrato nel parco percorrendo un sentiero di sassi e ghiaia – la panchina e il cestino diventavano via via sempre più definiti. Intorno erano stati ammassati i sacchi dell’immondizia. Alcuni erano aperti e lasciavano traboccare piatti di plastica, brandelli di fazzoletti, bottiglie di Coca-Cola. Ho sospettato che i corvi – o altri uccelli onnivori – avessero frugato con i rostri fra l’immondizia; questo spiegherebbe perché in alcune zone i rifiuti sono sparpagliati intorno, lontane chiazze bianche sui prati d’un verde brillante.

Fra il cestino e la panchina è apparso un contenitore di plastica trasparente. Ho arrestato il passo, mi sono chinato e dentro al rettangolo di plastica ho osservato alcune polpette affusolate: erano crude e l’odore di cipolla raggiungeva acido le narici, poi il dolciastro della decomposizione. Sono state dimenticate qui ieri, ho immaginato. Avvinghiate al grasso e al rosso intenso della carne si muovevano poche mosche dal ventre verde – un verde più intenso dell’erba, cupo e violento. Dall’altra parte dell’Adriatico i cevapčići si cuociono sulla griglia.

Ho camminato ancora. Due sentieri principali tagliano il parco: il sentiero d’ombra è coperto da due fitte file di alberi e costeggia la linea del fiume; il sentiero di luce – quasi perpendicolare al primo – parte dal fiume e prosegue in direzione del cimitero. Ai lati del sentiero di luce lo sguardo può percorrere la distesa dei prati, ostacolato solo da qualche tronco, e dalle foglie.

Un uomo e una donna corrono sul sentiero d’ombra. «Dovrebbero mettere un netturbino in più il lunedì mattina, – dice lui, un signore dai capelli grigi e curati – così uno raccoglie i sacchetti e l’altro scopa per terra.» (È mattino e gli steli brillano bagnati da una luce opaca e densa.)

Due uomini in divisa arancione, lontani, hanno trascorso la mattinata a raccogliere i resti della domenica. Dietro di loro si stendevano due file di lampioni là dove inizia la strada per la città, accanto al cimitero.

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Martedì.

Le macchie bianche nel verde oggi erano più opache, e numerose. Le linee dolci dei declivi ospitavano un gregge di pecore, due cani da pastore rossastri erano sdraiati al sole.

«Secondo te quante sono? Dimmi, quante sono.»  Ho tentato di abbracciare i prati con lo sguardo. In fondo, i palazzi. Quattrocento, forse trecento. «Eh, secondo lui sono trecento, eh. No, di più.»  Quante? «Ottocento.»

Il pastore era magro e cotto dal sole. Portava un copricapo di paglia schiacciato sui ciuffi di capelli impregnati di sudore che pesavano lungo la fronte. In mano tratteneva un bastone flessibile. Quando è squillato il telefono nella tasca ho ascoltato la sua voce – ho colto due parole, identiche: «Bucureşti, Bucureşti.» Ha riposto il cellulare e ha osservato il gregge. «Non so se domani siamo di nuovo qui. Il capo mi dice la mattina cosa fare.»

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Si è avvicinato un uomo, ha parlato con il pastore, poi si è voltato verso di me. «Il proprietario del gregge ha fatto l’accordo con il Comune. Si sono mangiati un agnello a cena e hanno chiuso la questione.»  Si è accarezzato il ventre che gonfia la camicia, si è messo a ridere. Poi ha osservato gli animali: «Anche mio padre teneva gli animali.» Nel cinquantacinque l’uomo che mi parla è arrivato a Torino, ancora ragazzo. «Sono cresciuto a Isernia. Il giorno prima di partire ho preso con me due collari: uno della capra e uno della mucca. Li conservo ancora.» Mi racconta della guerra, dei bombardamenti a Montecassino. Ci sono poche capre nel pieno del gregge mentre cresce il rumore d’erba strappata, masticata.

Poco prima di raggiungere il parco ho osservato una cancellata alta che svetta sui giardini pubblici di fronte al cimitero. Le sbarre segnavano il confine della piscina comunale e attraverso i vuoti ho visto alcuni uomini sdraiati sugli asciugamani.

L’auto della polizia municipale andava avanti e indietro sul viale che costeggia il fiume, strada d’ombra.

*

Mercoledì.

Il bianco delle pagine di fronte agli occhi, dietro lo sfondo d’erba. Le punture di zanzara interrompevano il pomeriggio – sentivo distinto il ronzio flebile, di avvicinamento. Poi un campanile ha suonato le cinque.

Ho letto un racconto dove Marcovaldo porta i figli fuori dalla città, perché sono ammalati. Salgono su per la collina e ad una svolta la città appare «laggiù in fondo, distesa senza contorni sulla grigia ragnatela delle vie.» Scoprono che lassù, in mezzo agli alberi di ciliegie, abitano i malati di un sanatorio. Uno degli esiliati, ogni sera, osserva la macchia indistinta sotto di lui e immagina di camminare lungo le strade. Traccia il suo percorso muovendo il bastone nell’aria: «La sera con questo bastone mi faccio la mia passeggiata in città. Scelgo una via, una fila di lampioni, e la seguo, così…Mi fermo alle vetrine, incontro la gente, la saluto…Quando camminerete in città, pensateci qualche volta: il mio bastone vi segue…»

All’improvviso un motorino ha attraversato il vuoto del parco, ma presto è scomparso.

Avevo il giornale con me (mercoledì 19 giugno). Hanno scritto ancora di Istanbul, e dei movimenti nati dopo l’occupazione del parco a Taksim, e dello sgombero ordinato da Erdogan. L’altro giorno un «coreografo» ha inventato una nuova protesta: è rimasto fermo e immobile in piazza, osservando il ritratto di Ataturk. In basso a destra scorro alcune frasi, trattenute in un trafiletto “Diario da Istanbul”: «È rimasto fermo e zitto. Fermo e zitto come un albero, dritto e paziente, che cresce, che guarda, che respira e fa respirare. Fermo […] un seme […] già tutto […] speranza per domani. E [… ] silenzio e nella sua immobilità, l’Uomo ha ricordato. L’Uomo si è fatto poesia e ha costretto lo spettatore a giudicare da solo.» Come “l’Uomo”, anche il “Palazzo di Giustizia” gode della lettera maiuscola.

Una ragazza con la maglietta rosa e i pantaloncini bianchi correva con gli auricolari. Un filo di voce intonava Sunday Bloody Sunday.

 Fuori dal parco, mentre la luce si spegne, vedo due uomini, una donna e un bambino. In punta di piedi intorno a un albero, hanno le mani protese verso l’alto: raccolgono i fiori d’acacia.

*

Giovedì.

Un uomo era seduto su una panchina, pochi capelli bianchi avvolgevano una fronte scura. Aveva una camicia a quadri blu e indossava un paio di scarpe nere, consunte e impolverate. Fra le dita stringeva un gratta e vinci: i gomiti erano appoggiati sulle ginocchia e il suo corpo, proteso tutto in avanti, disegnava un angolo acuto. Gli occhi erano vicini al cartoncino, ma lo sguardo perso altrove.

Osservo pochi rifiuti sparsi intorno a un cestino – piatti di carta e fazzoletti, ancora – e penso alla città vicina e distante.

Su un’altra panchina due ragazzi neri erano seduti uno vicino all’altro, entrambi indossavano una camicia con le maniche corte. Anche loro non parlavano, ma uno dei due batteva un certo ritmo, i polpastrelli contro lo schienale: tap tap to tap.

*

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Venerdì.

Anche se è giugno fa freddo e il cielo era così bianco e denso da nascondere le nuvole.

Alcuni bambini avanzavano sul sentiero, accompagnati da un uomo magro. Ogni tanto il gruppo di ferma accanto a un albero e l’uomo indicava con gesti sicuri i rami, le foglie, i fiori. Ho cercato di afferrare le parole, nonostante la distanza.

«Si formano delle piccole cavità…qui…»

«Se un auto va contro quella pianta…».

Gli alberi a trecento metri da me sono «frassini» – lo scopro insieme ai bambini.

«Nel Medioevo…e nella preistoria…».

La loro camminata è proseguita , «e questi, come si chiamano?». «Sono pioppi, e cipressi», hanno risposto alcune voci.

Una donna aveva i capelli lisci, indossava un cappottino grigio e appariva un filo di rossetto sulle labbra. Si è seduta sulla panchina vicina alla mia, ma di traverso; il braccio appoggiato sullo schienale reggeva una sigaretta, poi un’altra. Mentre saliva il fumo ho percepito per la prima volta il gracchiare dei corvi.

Un magrebino oltre i cinquant’anni ha raccolto un bastone sottile da terra, ha camminato nel prato, si è seduto. Con un gioco del polso ha fatto roteare il bastone di fronte a sé, poi ha lasciato che oscillasse a destra e a sinistra, mentre dietro di lui si stendeva il prato verde dagli alberi radi. Ho ritrovato il bastone qualche ora dopo, gettato di traverso sul cammino.

Lungo il sentiero incontro di nuovo l’uomo e il gruppo di bambini.

«Se vi macchiate con il sambuco, la macchia non va più via».

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Sabato.

Poco prima della mezzanotte due macchine erano parcheggiate ai margini del parco – i fari accesi, poi spenti. Le auto che percorrevano la strada del cimitero gettavano onde di luce fra gli alberi, lungo le linee dei sentieri. (I due sentieri, di notte, non sono più riconoscibili.) Il cielo notturno sopra Torino era arancione e le stelle erano scomparse. Davanti alla ruota della bici è sfilato via il baluginio di una lucciola. Una musica reggae è arrivata da lontano e non si è più interrotta.

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Domenica.

Il sole è altro nel cielo e le auto parcheggiate brillano di riflessi (da lontano giunge debole Yesterday insieme all’odore di carne arrostita), vetture ferme ai bordi del parco, una ha il bagagliaio aperto e le portiere spalancate (dalle casse un ritmo balcanico, da discoteca) mentre intorno due uomini a torso nudo preparano la brace, e poco distante un famiglia orientale ha apparecchiato la tavola, e sotto gli alberi (da uno stereo rimbomba una cumbia latina) un gruppo di sudamericani dispone il carbone, e da una parte all’altra si trascina con il suo carretto il vecchio delle birre e delle aranciate, e alcuni magrebini hanno montato un tendone lontano al centro di una distesa d’erba (una voce araba sale nell’aria fino a incrociare le note di un brano pop ascoltato da un assembramento di rumeni), e due squadre giocano a calcio su un campo improvvisato, e alcune ragazze con il ḥijāb si spostano sul sentiero di luce, quando una donna grida «A tavola!» con le spalle rivolte ad alcuni slavi che cucinano i cevapčići.

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Il ciclo del tempo ricomincerà (senza prima né dopo?).

Mentre camminavo mi chiedevo perché mai la domenica dovrebbe essere l’ultimo giorno, e il lunedì il primo.

Mi sono trovato di nuovo davanti alla cancellata della piscina; oltre ho scorto i corpi pallidi distesi al sole, un braccio si è alzato per spalmare la crema su una schiena, poi è ricaduto senza rumore: il sole cuoceva le pelli immobili. Ho camminato lungo il confine e all’ingresso della «piscina colletta estiva» ho letto che il biglietto per accedere costa sette euro («Ingress. intero sabato e festivi»).

Una donna con indosso la polo della Polizia municipale piantonava l’ingresso.

«No, non si può più entrare. È esaurito il numero di sicurezza.» Le ho chiesto se è normale la presenza delle forze dell’ordine presso la porta fra i cancelli. «No, solo durante i giorni festivi. Per evitare tafferugli». Un ragazzo in motorino ha borbottato qualcosa, poi ha domandato di entrare, via, uno strappo alle disposizioni. La donna ha risposto che le regole sono uguali per tutti.

Lontano dai cancelli, all’ombra d’un albero, alcune figure erano sedute in cerchio: era la fine del loro pranzo, le mani puntate dietro la schiena. Mi sono allontanato mentre un anziano suonava la fisarmonica e tante mani iniziavano a battere. Ormai a distanza ho visto una donna danzare nel mezzo – ora potrei vedere i lembi della gonna alzarsi a ogni giravolta, se solo fossi più accosto.

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Testi e foto di fm.

Del territorio. Su Saluzzo, i braccianti e il Partito Democratico.

[Dopo l’intervista a Gabriele Curti e l’intervento del sindaco Allemano in merito allo sgombero dell’accampamento dei lavoratori africani a Saluzzo, Il Caleidofono torna sul luogo per raccontare l’evoluzione della situazione. Era sabato 20 luglio a Saluzzo e, nel pomeriggio, Fabrizio Barca parlava a una platea del Partito Democratico…]

In basso.

Il Foro Boario ora è diviso da un cancello. Al di qua del cancello vivono accampati cinquecento africani, senza contratto e con la speranza di essere assunti quando inizierà la nuova raccolta. Al di là – sui battenti sventolano le bandiere gialle e verdi di Coldiretti – è stato creato un campo d’accoglienza che ospita circa cinquanta lavoratori. Undici container da sei posti letto sono affiancati uno accanto all’altro, poi due docce e altrettanti bagni. Solo coloro che hanno già un contratto possono superare il confine del cancello e abitare il campo. Un ragazzo con la maglietta gialla piantona l’ingresso.

Credo che ogni territorio nasca quando uno spazio del mondo è investito da un’azione politica: la superficie non è più neutra, il territorio porta con sé un significato simbolico e istituisce le forme di convivenza fra gli uomini (nel bene, come nel male). La cancellata segna una linea territoriale. Io ho visto il mondo dal di qua, dalla parte degli accampati, dei cinquecento che ancora non hanno un contratto.

«Ci sono altri due campi organizzati per i lavoratori regolari: uno a Lagnasco e uno a Verzuolo, entrambi di ventiquattro posti», mi dicono due ragazzi di Imola delle Brigate di solidarietà attiva. Sono venuti a Saluzzo per aiutare il Comitato Antirazzista nell’organizzazione del campo non istituzionale. Qui le capanne hanno uno scheletro di legno – messo su con i rami raccolti intorno – e sono coperte da cartoni e da teloni impermeabili. «Un gruppo di ragazzi più creativi ha costruito una capanna multicolore: blu, gialla, verde.»

SaluzzoColdiretti

Mi trovo vicino al confine e da un’auto due carabinieri mi chiedono i documenti. Mentre segnano i miei dati su una tabella vedo, oltre un campo di granoturco, un edificio costruito da poco, privo di porte e di finestre – come abbandonato. «Abito lì, insieme ad altri», mi dice un ragazzo del Niger. Gli chiedo se c’è lavoro. «È molto difficile trovarlo, ma presto inizia il pieno della stagione. Sono disposto a lavorare anche a un euro all’ora.» Un altro ragazzo ha ventun anni e una maglietta rossa: «Sono in Italia da due anni e non riesco a lavorare. Cosa devo fare? Rubare?» – viene dalla Costa d’Avorio e non sa l’italiano.

Le strutture del campo al di là del cancello sono finanziate dalla Camera di Commercio e della Cassa di Risparmio di Cuneo. Immagino che la separazione fra il campo dei container e l’accampamento limitrofo sia frutto di un disegno razionale: i proprietari assumono i braccianti indispensabili e poi, a seconda delle esigenze, dispongono di una manodopera a prezzi irrisori, senza la necessità di stipulare contratti – la separazione creerebbe così un mercato del lavoro vantaggioso per i produttori. Ma è falso.

Karim ha un contratto, vive in un container Coldiretti ma passa il tempo oltre le recenzioni, insieme ai cinquecento accampati. Attende l’inizio della prossima raccolta: «Prendo sei euro e cinquanta all’ora, lavoro otto ore. Al massimo dieci. E no, non ho ancora visto nessuno lavorare nei campi senza contratto: qui non è Rosarno.» I due ragazzi di Imola aggiungono che qui non esiste il caporalato e che al massimo i contratti sono “grigi”: «a volte le ore segnate sono inferiori a quelle effettivamente retribuite.» Non arriva nessuno a caricare i ragazzi, a portarli nei campi, così ciascuno deve raggiungere in bici le aziende e offrire la sua manodopera. «Se qualcuno di loro provasse a fare il caporale molti non lo accetterebbero e si incazzerebbero: diversi ragazzi hanno vissuto Rosarno e hanno una buona coscienza di queste dinamiche.» Karim rimane serio: «Per me le condizioni sono giuste, io lavoro sotto un solo padrone e non mi lamento.»

In alto.

I campi circondano Saluzzo, spianate a Nord a Est e a Sud-Est, mentre la città si sviluppa in verticale: ho seguito strada che parte dai portici, lascia la piazza del mercato e si inerpica su, su fino all’antico palazzo comunale, cuore della memoria medievale. Per me Saluzzo è un in alto e un in basso. In basso le distese di alberi e di grano, il Foro Boario e gli accampamenti.

SaluzzoAlto

E in alto, sotto il porticato dell’edificio storico, arrivo in tempo per assistere a un incontro politico organizzato dal Pd saluzzese. Di fronte a una platea di sessanta, forse settanta, persone, dibattono il sindaco Allemano, il deputato Pd Chiara Gribaudo e Fabrizio Barca, già ministro senza portafoglio con il governo Monti e da qualche mese promotore di un’idea di rinnovamento interno al Partito Democratico.

(Mi chiedo se mi sia concesso raccontare. Io non appartengo al Pd e l’evento, con ogni evidenza, era rivolto ai militanti – lungo le strade non vi era alcun manifesto. E allora che diritto ho di parlarne? Eppure il dibattito non si è tenuto in una sede di partito, ma accanto alla strada. Si rompono le pareti fra pubblico e privato, fra dentro e fuori.)

Sulla Gazzetta di Saluzzo si afferma che l’invito di Barca è una mossa della «sinistra» del partito, in attesa della risposta dei «renziani» di zona. Gli ospiti riflettono sulle sorti e sugli errori del loro partito e nell’aria aleggiano le delusioni degli ultimi mesi, posso percepire l’incomprensione per l’accordo delle larghe intese e la preoccupazione per il congresso sempre più vicino, per una crisi sociale e politica sempre più soffocante. Si sente nell’atmosfera il desiderio di un partito dall’anima più sociale e «moderna». (Anticipo che i tre relatori concordano su tutto e che ogni intervento è accolto da applausi convinti.)

Gribaudo, dopo aver esposto le difficoltà interne al gruppo parlamentare di cui fa parte, invoca una «politica diversa», da «costruire insieme» ai militanti. E chiude il suo intervento: «Il tema centrale è la coesione sociale». Anche per il sindaco di Saluzzo la «coesione sociale» è fondamentale: «oggi ottocento africani a Saluzzo… noi siamo soli come cani abbandonati sulla strada.» L’amministrazione comunale, secondo Allemano, è stata abbandonata a sé stessa: Stato ed Europa non hanno assunto le loro responsabilità, lasciando al comune nodi troppo intricati da sciogliere. Anche il sindaco si augura una nuova partecipazione: «Siamo qui per conoscere e costruire una relazione con i cittadini: capire cosa pensa il territorio

Sotto gli archi ogivali vedo camicie, occhiali da sole appoggiati sui capelli, pantaloni beige, scarpe da ginnastica e pantaloncini corti. L’acustica è nitida nel caldo del pomeriggio, ed è il turno di Barca. La sua riflessione prende le mosse dal «distacco fra chi fa la politica e chi vive» e individua una «distanza società-governo.» Solo un partito diverso da Pd attuale potrebbe ricomporre la lacerazione. Ma perché finora non si è riformata la struttura del partito? Secondo Barca un «baco» si è insinuato nella logica di alcuni suoi dirigenti: «esiste un retropensiero in molti di noi, secondo cui il vero problema sia il deficit di potere del nostro sistema istituzionale, l’idea che il sistema sia farraginoso e vada riformato.» Il «baco» del semipresidenzialismo. I democratici, allora, dovrebbero rendersi conto del contrario («i poteri del Consiglio dei Ministri sono già enormi») e lottare non per l’accentramento dei poteri, ma per incentivare una maggiore partecipazione politica da parte dei cittadini attivi sui territori. «Il partito del 2013 si trova in un mondo policentrico e se vuole essere davvero moderno deve accettare il conflitto; e il conflitto si traduce nel confronto con la società civile, nella reciproca influenza fra i cittadini e l’organizzazione politica.» In sintesi, Barca propone un modello di partito in grado di esprimere un governo, ma allo stesso tempo aperto alle realtà territoriali. Il partito è descritto come un diaframma fra territorio e apparato governativo, la cui spinta partecipativa provenga dal basso e ispiri, in alto, il lavoro dei governi a venire.

Ed è vero – ma queste sono solo mie congetture – che l’idea di Barca è «moderna», poiché si ispira alla tradizione politica della sinistra novecentesca: il partito come mediazione fra le spinte della società civile e gli organi della rappresentanza e del governo. Vi è solo una differenza: il «territorio». Prima il «partito di sinistra» organizzava la classe lavoratrice in vista di una possibile gestione del potere e di conseguenza definiva il suo bacino di riferimento a partire da un’analisi della società e da una definizione degli orizzonti verso cui tendere. Nella proposta di partito di Barca mi pare che agli operai e ai contadini sia stato sostituito il territorio: a un’idea storica e sociale subentra un concetto prettamente geografico. Ma cos’è il territorio? Di nuovo: è un’area investita di una funzione politica? Il territorio “comunale”, “regionale”, “nazionale”, e su, su ancora? Oppure è l’insieme di cittadini aggregati a partire dai confini politici delle amministrazioni? E quali cittadini, tutti? I cittadini progressisti? I lavoratori, gli imprenditori, i precari? I cattolici e i laici? L’ecumenismo sognato dal Pd, forse, si fonda su una confusa idea di territorio, area spaziale del politico che accoglie un po’ tutti. Non tutti, qualcuno rimane escluso.

E infine.saluzzoColdiretti1

Il campo del Foro Boario è un mare di biciclette in movimento, di biciclette parcheggiate e lasciate senza lucchetto. «Sono regali della Caritas.» Moustafa sta facendo il caffè in una moka. Non ha un fornellino a gas, ma adopera un calice di ferro con una base piuttosto larga e con una coppa capiente in cima. Nella concavità ha disposto alcuni carboni ardenti, sopra la brace fuma la caffettiera. Ricostruisce in francese l’origine del suo arnese: «Qui sotto ho usato il ferro di vecchie ruote della bici, poi ho intrecciato i fili di ferro di alcuni copertoni.» Un fornello di rifiuti e metalli dismessi. Gli chiedo se ha bruciato i copertoni. «Una piccola, piccola parte, e ho preso il ferro necessario per costruire.»

 Sono lavoratori e disoccupati, ma non sono cittadini italiani: come potrebbe un partito vedere in loro una “base”? Provengono da nazioni sub-sahariane e prima di raggiungere le coste mediterranee hanno attraversato diversi confini. Adesso, in Italia, viaggiano da un capo all’altro della penisola: molti sono arrivati due settimane fa a Saluzzo e a fine stagione ripartiranno alla ricerca di nuove occupazioni. Alcuni sperano di avere la possibilità di andare in Francia, o ancora oltre. Altri magari torneranno indietro. «In fondo in Africa non era così male, ogni tanto penso di tornarvi», mi confida uno di loro. E allora qual è il senso di “provincia”, di “regione”? Di “stato nazionale”? La politica riesce a interpretare questo magma di flussi di persone, di scambi, di territori infranti e attraversati da vite organizzate in accampamenti precari? Ha ragione Allemano: una dimensione politica scarica le responsabilità sull’altra, così da disegnare un gioco di riflessi fra differenti soggetti competenti: la Regione non esiste, lo Stato è immobile, l’Europa fa finta di nulla. (E poi: cosa c’è dopo l’Europa?) L’idea di territorio definita dagli Stati nazionali durante gli ultimi due secoli non sembra in grado di comprendere le migrazioni e la fisionomia mobile del lavoro internazionale. Ma allora perché insistere con categorie ormai rotte quando si immagina la prassi politica?

Giunge al campo una delegazione di esponenti del Pd: Gribaudo, alcuni ragazzi delle giovanili e forse sparuti dirigenti di lungo corso. Visitano i container, io da lontano vedo le loro figure in piedi stringere le braccia contro il busto. La delegazione abbandona l’area Coldiretti e indugia un poco nell’accampamento fuori dai cancelli. Barca era stato annunciato, ma non si è presentato.

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Articolo di Francesco Migliaccio. Le foto del campo Coldiretti sono del Comitato Antirazzista Saluzzese, mentre il panorama di Saluzzo è di marcobillo (flickr.com).

Braccianti al Nord. La voce del Sindaco Allemano.

[Dopo l’intervista a Gabriele Curti sulle condizioni dei rifugiati accampati a Saluzzo abbiamo scritto al Sindaco Paolo Allemano, domandando una replica e una  riflessione in merito alla situazione delle ultime settimane. Il Sindaco ci ha risposto e ci ha inviato il testo che pubblichiamo qui sotto. Il Caleidofono cerca di comprendere la realtà a partire dalla differenza di voci e di prospettive dei soggetti coinvolti: per favorire una lettura problematica abbiamo inserito alcune domande rivolte al Sindaco. Le risposte sono state riportate a margine dell’intervento.]

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La storia dei braccianti africani dal 2010 a oggi rimanda a un mondo dove aumenta ogni giorno la distanza tra ricchi e poveri, ai conflitti dell’area sub sahariana, alla corruzione, alle politiche migratorie dei governi, ai ritardi dell’Europa, al riarmo… e naturalmente all’economia che arranca come non mai e non risparmia certo i piccoli produttori di frutta che devono pure vedersela con i capricci della natura e con una filiera agraria che penalizza il produttore.

Se questa è la premessa, l’ordinanza contro il campeggio abusivo ha una finalità che non può certo essere misurata con uno scatto fotografico o con il numero di cartoni per terra. E’ stata assunta allo scopo di far capire che il piano di accoglienza Comune-Coldiretti-Caritas, sostenuto dalla fondazione CRC, sarebbe stato portato avanti senza tentennamenti e guardando a un futuro dove deve essere chiaro che il saluzzese è un mercato con delle regole e dei confini, non il far west.

Prendiamo atto della scelta degli africani di rimanere al Foro Boario dopo lo sgombero dell’11 giugno: lo stato italiano li ha accolti, le loro fila si sono ingrossate dopo che si è concluso il discutibile e oneroso piano di accoglienza dei migranti forzati da parte dello stato italiano, sono tutte persone in regola, si comportano civilmente e hanno facoltà di muoversi liberamente sul territorio nazionale. Devono tuttavia comprendere che non hanno il diritto di pretendere un alloggiamento né servizi dedicati, oltre a quelli già messi loro a disposizione, da chi sta portando avanti un progetto meditato, oneroso, realistico, con un crono programma basato sul mercato del lavoro e che si completerà pertanto solo a inizio luglio dando accoglienza dignitosa a più di 200 uomini. E da chi deve trattare tutti allo stesso modo.

Il piano di accoglienza è tarato su esigenze reali, premia la legalità, deve dare soddisfazione sia alle aziende agricole sia agli stagionali, i quali devono trovare impiego senza confliggere con altri aspiranti al lavoro nei campi: gli italiani che ritornano a questo lavoro, i flussi, quegli extracomunitari residenti che mai nulla hanno chiesto quando hanno scelto di vivere sul nostro territorio e che oggi la crisi mette a dura prova.

L’afflusso di centinaia di uomini, senza risorse e senza un luogo dove tornare o stare meglio che accampati su un prato, è un problema che ci angoscia. Ci induce a pensare che urgano grandi cambiamenti nel modo di vivere e di consumare, a ragionare sull’impronta ecologica che ognuno di noi lascia, ma afferisce alla sfera umanitaria, chiama in causa le politiche di sviluppo, le responsabilità governative di chi ha gestito i flussi migratori in questi anni spendendo denaro senza creare occasioni di integrazione, la politica comunitaria. Queste responsabilità le abbiamo segnalate ai massimi livelli di governo. Non sono nostre se non nella parte stili di vita che ognuno di noi assume.

Non so se arriveranno risposte. Le abbiamo suggerite e siamo pronti ad agire, ma non da soli.

Intanto diamo una risposta che non è la rimozione dei cartoni, bensì: un serio lavoro di rete, la pianificazione dell’incontro tra offerta e domanda di lavoro con la raccolta di elenchi di braccianti presso l’ufficio per l’impiego, la sistemazione dignitosa a carico di comuni, Caritas e aziende di quanti troveranno impiego, tenendo presente la flessibilità di questo tipo di contratti. Non ultima una città accogliente che si lascia permeare da centinaia di africani, molti dei quali non troveranno impiego, e quelli che lavoreranno non lo faranno a Saluzzo.

Dunque, si guardi alla luna e non al dito che la indica: il dito sono i cartoni e i teloni sul prato, la luna è gestire in modo non conflittuale una situazione critica che viene da molto lontano, mandando con fermezza e responsabilità segnali che preludono alla fidelizzazione del mercato e alla ricerca di un rapporto simmetrico e di reciproca soddisfazione tra domanda e offerta di lavoro, di contrasto allo sfruttamento.

E’ tanta la distanza tra il dito e la luna ma se guardiamo alla luna comprenderemo meglio l’ordinanza, se guardiamo i cartoni non comprenderemo: nulla.

Paolo Allemano, Sindaco di Saluzzo

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Gentile Sindaco Allemano,

la ringraziamo per la risposta e la disponibilità. Alleghiamo qui, a margine, alcune domande che – speriamo – potranno trovare una risposta.

Nella sua riflessione fonda il senso delle sue scelte sulla legalità. Che tipo di contratti ci sono per i lavoratori nell’area limitrofa di Saluzzo? I lavoratori sono in regola? È vero: non spetta al sindaco far rispettare i diritti del lavoro; ma non crede che ci sia il rischio che la legalità spesso intervenga a svantaggio dei più deboli?

Il lavoratore viene assunto con contratto a tempo determinato, con attività limitata ad un numero determinato di giornate  per l’esecuzione di lavori di breve durata, tipici della stagionalità. E’ una norma che tiene conto degli ampi margini di imprevedibilità che ha la raccolta della frutta. Sono regole sicuramente discutibili ma è innegabile che ci debbano essere margini di flessibilità per un tipo di lavoro che procede per picchi. I report che abbiamo depongono per un sostanziale rispetto delle regole; certo non si può escludere che le giornate effettivamente dichiarate dal datore di lavoro siano inferiori a quelle lavorate, con minori oneri versati e minori tutele per il lavoratore, ma non è la prassi dominante e la vigilanza è alta.  

Dalle informazioni in nostro possesso i lavoratori accampati sono aumentati dopo lo sgombero. È vero? Era stato previsto? Non c’è il rischio che – alla luce di questi risultati – lo sgombero derivi dalla necessità di dare una risposta agli elettori?

ll freno agli accampamenti improvvisati nasce solo dalla necessità di salvaguardare il piano di accoglienza e di tutelare quelle forme di fidelizzazione già in atto. Le pare giusto sostituire chi attende la chiamata del datore di lavoro o si fida della prenotazione, senza chiedere nulla a nessuno, con chi si impone con la propria presenza con due mesi di anticipo e adotta prassi che a nessun residente verrebbero consentite? Gli aumenti di numero si spiegano col fatto che c’è un pendolarismo sud-nord e viceversa che non risente delle misure adottate in loco; il passa parola tra africani è più forte di qualsiasi messaggio istituzionale. Infine il problema è già di per se condizionato da tante e tali variabili che non c’è spazio per calcoli elettoralistici, di certo non l’ho fatto io che sono alla fine del secondo mandato e dunque non rieleggibile, e non sono certo stato eletto per alchimie elettorali. Chi amministra localmente agisce sapendo che ogni suo atto sarà giudicato dagli elettori. Gli obiettivi, torno a dire, sono la legalità e un simmetrico incontro tra domanda e offerta di lavoro.  

La metafora del dito e della luna – se letta nel contesto della sua riflessione – pone uno scarto fra particolare e universale. Da una parte, viene da pensare, ci sono i cartoni e i rifiuti sulle strade, i problemi contingenti del saluzzese, i rapporti economici dell’area agricola; dall’altra i grandi flussi migratori, le politiche europee di accoglienza, i conflitti mondiali… Un sindaco deve risolvere la prima parte dei problemi, la politica nazionale e internazionale deve rispondere a quelli del secondo ordine. Non crede che la divisione delle competenze politiche, se posta in questi termini, possa essere contraddittoria? Da una parte le amministrazioni territoriali devono rispondere ai cittadini residenti (e quindi dimostrare “fermezza”…), dall’altra invocano l’intervento di forze politiche la cui forza negoziale è nulla, o mal gestita. Schiacciati, in mezzo i lavoratori, che non sono elettori ma forza lavoro a buon mercato, questo sì…

Distinguere i livelli del problema, quello dell’accoglienza finalizzata al lavoro da quello dell’emergenza umanitaria, non significa disinteressarsi dell’universale. Noi guardiamo alla luna, non ai cartoni, e la luna in questo caso è data da un inserimento armonico di queste persone nella legalità, senza conflitti tra poveri, con numeri che il tessuto economico e sociale possa assorbire con vantaggi reciproci. Nei prossimi giorni incontreremo il ministro delle pari opportunità e non solo, nell’ottica di perfezionare il piano di accoglienza e, perché no, le politiche migratorie e le norme sul lavoro agrario. Ne va del futuro dell’Italia.

Risposte fornite via mail da Paolo Allemano.